The Canary Tweet

LA TORRE, IL CAVALIERE E LA PAURA – by Arianna

È successo così, per caso. Non me lo aspettavo, non era preventivato, apparteneva ad angoli remoti di me che avevo addirittura dimenticato di avere. Ed è successo così, all’improvviso.

Per questo ne ho avuto paura. Da lì, il passo verso la fuga è stato quasi immediato.

Pazzesco, mi ripetevo, pazzesco. No, farfugliavo tra me e me nei soliloqui in compagnia, no, devo andar via, non posso, non va bene.

Come un mantra mal recitato, mi convincevo di essere nel giusto, senza sapere nemmeno cosa stavo assaggiando. Il panico? Sì, il panico.

Io che ho sempre visto certe cose o bianche o nere, mi trinceravo dietro queste futili sicurezze passate, senza lasciar respirare la mia pelle e senza permettere ai miei polmoni di gonfiarsi fino in fondo. Respirazione parziale, con convinzione del normale.

Martellante, scorbuticamente scostante, negavo me stessa arroccandomi su una torre che tanto diligentemente avevo costruito per scappare da chi mi voleva solo conoscere.

Come una bestia ferita e maltrattata ho diffidato di chi aveva le sembianze dei miei aguzzini, non mi sono presa nemmeno la briga di annusare, di percepire, di ascoltare.

Il terrore si è mascherato di diniego, di rifiuto, di assenza.

E sono fuggita.

Io che volevo essere me stessa, che mi ero ripromessa di non barricarmi più dietro maschere del giorno migliore, che avevo giurato e spergiurato che mai e poi mai più mi sarei nascosta sotto le macerie di un passato che portava il peso solo di se stesso, ho ceduto. Altrettanto all’improvviso.

Caparbia e insidiosa mi sono rivelata peggiore. Indolore. Incolore. Insapore.

Lassù, nella torre, mi trastullavo nell’attesa che l’attacco dal basso cessasse, che il cavaliere deponesse le armi, che si allontanasse in sella al suo ronzino, che mi lasciasse sola a mirare il panorama meraviglioso che potevo apprezzare dalla piccola finestra di quella ingannevole dimora.

Pochi cenni, scarsa considerazione, ho condito il tutto con sufficienza e approssimazione.

Brava, mi sono detta, finalmente sai dire di no.

Brava, sì…

Poi l’assedio è finito e il silenzio è sceso.

Sono rimasta sola nella notte e ne ho provato uno strano piacere. Mi sono scoperta a ghignare altezzosa di quella vittoria: l’avevo spuntata. Io avevo vinto. Io avevo avuto la meglio.

Poi, lenta e sorniona come le fusa di un gatto, la calma si è fatta sentire, ha ripulito la mia testa, ha sgomberato la torre, ha riordinato il cuore.

Appena ho smesso di pensare le sensazioni si sono dischiuse e stiracchiate dopo tanta compressione. Con dolcezza si sono spiegate dentro di me sventolando morbide frange lungo i bordi della mia identità.

Abituata a vivere nell’ombra, mi sono sempre mossa a tentoni, ho tastato, annusato ma mai visto veramente quello che potevo essere. Solo ogni tanto le spirali di luce che filtravano tra le persiane della mia storia mi hanno raccontato che fuori c’era qualcosa di meglio.

Poi… con un calcio qualcuno ha sfondato quella gabbia e ha permesso alla luce di entrare. Ne sono rimasta accecata, tutto qui. Questo è successo. E come davanti ad ogni cosa dirompente e nuova, la paura ha fatto capolino mettendomi in guardia.

Capito questo ho potuto vedere la scelta che avevo davanti a me, anzi, che mi concedevo.

Rimanere nella torre, al buio, sola, brancolando tra quelle pareti morbide e insidiose come le mani di una matrigna, oppure far entrare la luce, permettere al cavaliere di salire su, di presentarsi, di incontrarmi.

Ho scelto la seconda.

Perché dopo secoli di prigionia, dopo anni in cui falsi gentiluomini si sono accomodati nella torre e mi hanno costruito nuove porte dietro cui nascondermi, dopo innumerevoli cadute davanti all’essere troppo per alcuni o troppo poco per altri, mentre lasciavo che facessero di me quello che volevano per poi gettarmi via come uno scontrino di un caffé troppo quotidiano per essere speciale, ho deciso che valeva la pena guardare in faccia la mia paura. Affrontarla. Viverla. Percorrerla.

E ho scoperto che oltre quella nebbia fitta non c’era il mostro, ma c’ero io.

Ho aperto la porta della torre. Ho lasciato che il cavaliere salisse con la grazia che gli appartiene.

La mia paura è stata la mia opportunità.

La vita è un viaggio, quante volte ce lo hanno detto? Migliaia.

Quello che dimentichiamo è che il nostro viaggio si intreccia con quello degli altri, per questo bisogna muoversi con delicatezza, con garbo, con gentile intelligenza nella nostra vita ma anche in quella di chi ci accompagna.

L’arroganza, i nostri problemi, la presunzione e l’indifferenza colpiscono dolorosamente chi ci sta intorno, costruiscono le torri, le porte, i cancelli, le barricate dietro cui, per paura e per salvezza, ci rifugiamo. Ci convinciamo che quello è il nostro destino, terrorizzati dal dolore che ci hanno inferto, certi che nulla cambierà. Pronti a piegarci al volere di chi ci rende schiavi.

E dimentichiamo che esiste sempre la possibilità di uscirne fuori. Di essere noi stessi. Liberi.