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QUARTIERE SEATTLE: QUI C’E’ MUSICA – by Arianna

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Questa è la storia di un quartiere. Ma non di un quartiere come tutti gli altri, badate bene.
Questa è la storia di un quartiere che vive alla periferia di una piccola grande città.
Questa è la storia di un quartiere dove gli abitanti coltivano sogni.
Quartiere Seattle. Grosseto.
Benvenuti.
Qui si fa musica: si compone, si registra, si canta, si suona, si crea, si distrugge, si discute e ridiscute, si chiacchiera, si scherza, si ride e si urla. Si mangia, si beve, a volte si schiaccia anche un pisolino sul divano sghembo che non parla per stanchezza. Il Quartiere è uno di quei posti in cui ci si sente subito a casa, anche se non ci si è mai stati prima. Chissà perché… forse per via delle pareti rosse su cui si trovano le tracce di un’adolescenza pian piano scivolata via, forse perché ogni giorno gli abitanti del Quartiere lasciano il loro respiro in quelle stanze, forse perché lì nessuno ha mai smesso di credere in qualcosa di così bello e forte come la musica.
Qui al Quartiere si fa rock. Si vive e si pensa rock. Ma si lascia il posto anche a tutto il resto, ad altri generi musicali, a nuove idee, a progetti, e soprattutto ai rapporti umani. L’amicizia e la lealtà fanno da padroni assoluti, a seguire voglia di vivere e di suonare.
I Klare sono il gruppo fondatore di questo micromondo immerso nella Maremma. Fanno della buona musica, lasciatevelo dire. Davvero buona. E lo stesso posso dire di tutti gli altri gruppi che orbitano intorno al Quartiere.
In questa periferia un po’ sgangherata c’è qualcosa di vivo, di pulsante. E mi domando quanti altri cuori palpitanti battano nelle periferie delle città, nei piccoli centri , nei luoghi dimenticati, meno frequentati. Punti di aggregazione senza religione e senza politica, luoghi con denominatori comuni come l’arte, la musica, il teatro, la danza. Realtà che rimangono nell’ombra, nel silenzio, che fanno fatica a mantenersi vivi, che si svendono per pagarsi le spese del loro stesso sostentamento, sottopagati, rifiutati, lasciati morire di stenti solo perché non hanno alle spalle famiglie facoltose che possono pagare una casa discografica, o affittare un teatro, o sovvenzionare un evento.
Eppure è da questi cuori affamati di arte che nascono i veri capolavori, là dove il successo non ha ancora contaminato le anime sgorgano melodie pregevoli, strofe poetiche, ritmi innovativi, storie di un mondo che nessuno vuole più raccontare: il mondo delle persone normali.
Venti anni di musica al Quartiere Seattle, venti anni di sogni e di note per i Klare, riconosciuta come una delle band storiche della realtà grossetana.
Eppure, in questa amata Maremma sembra che la musica dal vivo dia fastidio. Sembra che non ci sia più posto per chi sa far qualcosa oltre che affannarsi intorno ad uno smartphone o a una calcolatrice. Impatto acustico… ah già… disturbo della quiete… eh certo… perché un concerto dal vivo dalle 21 alle 23 di sabato sera è molesto… nel senso che rischia di svegliare le persone dal torpore, rischia di distoglierle dalla mediocre linea narrativa di fiction nate per irretire e indebolire le menti e gli animi, rischia di risvegliare l’udito interiore, rischia di dar voce a chi ha ancora da dire qualcosa. Ricordo che negli anni Novanta c’era l’imbarazzo della scelta dei locali dove si poteva ascoltare musica dal vivo… quanto era bello!
Oggi la musica si ascolta per lo più in digitale e non credo sia solo una questione locale. Stiamo diventando un paese per vecchi, diciamocelo. Perché i giovani sono invecchiati dentro, non lottano più, non credono più in qualcosa per cui vale la pena davvero rischiare.
Ascolto continuamente lamentele perché in questa zona non c’è mai niente da fare… mi sento chiedere perché ho scelto di vivere in Maremma, di lasciare Roma, di mettere radici qui, dove le opportunità e le alternative di vita sono sicuramente inferiori rispetto alla capitale. Non scherziamo per favore. Non diciamoci boiate, non prendiamoci in giro. Qui, in questa terra meravigliosa dove ho scelto di vivere, in cui sento i profumi della campagna, dove posso perdermi in un cielo stellato che ingoia le luci cittadine, dove posso camminare in centro e incontrare persone che conosco e farci due chiacchiere, qui di opportunità ce ne sarebbero e come. Ma ci si perde a lamentarsi e non ci si ricorda di vivere. Posso permettermi di dire tutto ciò? Oh sì, signori cari, posso. E sapete perché? Lasciate che ve lo spieghi con un esempio: domenica sera a Massa Marittima (40 minuti di macchina da Grosseto), a conclusione della straordinaria rassegna teatrale Teatro in Massa, è stata allestita la serata Quartiere Seattle Rock Night. Quattro gruppi, quattro generi musicali, si sono esibiti dalle 20.30 fino a tarda notte all’interno del magnifico Cassero. Un concerto vero e proprio: Elektrobank, Sangiuda, Chabaloosa, Klare.
Entrata gratuita.
Partecipanti? Una manciata di spettatori nonostante la pubblicità fatta da settimane. Dove era la gente? Quante volte si ha la possibilità di ascoltare un concerto in uno spazio così privilegiato senza dover sborsare un soldo?
Eppure quei magnifici ragazzi non si sono risparmiati, hanno suonato come se fossero davanti a migliaia di persone, si sono divertiti, ci hanno fatto divertire, hanno riempito di musica i nostri polmoni, come dei professionisti, come degli artisti veri quali sono.

Al Quartiere Seattle ho visto nascere la musica e per me, mera ascoltatrice, è stato un piccolo miracolo: ho visto le note arrampicarsi sulle corde, scivolare sui cavi, tuffarsi negli amplificatori, l’ho sentita lanciarsi su di me, ballare dentro di me, percorrermi.
Ho visto come la musica sia un potentissimo agglomerante, uno straordinario strumento di crescita ed evoluzione, un baluardo della libertà intellettuale ed emotiva.
Ho osservato i sogni che si fondevano con le vibrazioni, il tempo trasformarsi in un clic, le stelle diventare spettatori.
Gli abitanti del Quartiere non si arrendono: continuano a creare musica, a credere in un progetto che li unisce, a pensare che quelle vibrazioni melodiche rendono il mondo un posto migliore.

Ricordiamoci di accenderci, ogni giorno. Lasciamoci andare. Concediamoci cinque minuti quotidiani per sperimentare qualcosa di nuovo: camminare a piedi nudi nel parco, salutare uno sconosciuto solo perché i nostri sguardi si sono incrociati per due secondi, ballare sconsideratamente anche se siamo per strada, augurare buona giornata col cuore e non per abitudine, fare un applauso a chi non è famoso ma si dona all’arte con amore.

Parliamo meno, ascoltiamo di più. Ovunque c’è musica.

 

Pics by Edoardo Tamburini